Leggende e folklore russo

Ivan il Terribile

Ivan il TerribileLa vita di Ivan il Terribile sembra quasi una vicenda inverosimile. Leggendo tra le pagine che raccontano la sua storia, si nota di quanto la sua vita sia stata molto lontana dalla tranquilla realtà di un re che amministrava il suo regno e il suo popolo. Assimilabile ad un personaggio di un romanzo o di un dramma, ci ricorda personaggi come Riccardo III o Macbeth: pensieri, parole, gesta e la sua stessa morte potrebbero essere azioni di un protagonista dei racconti shakespeariani. Ivan il Terribile passò la sua vita a fare del male, tanto che niente e nessuno avrebbe potuto mettere fine alla sua sete di sangue; i suoi atti violenti si verificavano con enorme enfasi, efferatezza, creatività e meticolosità, generando tanto terrore e distruzione come nel peggiore degli incubi.

Nel 1553, il piccolo Ivan, a soli tre anni, perse il padre, mentre la madre morì cinque anni dopo; questi eventi turbarono la sua infanzia, passata a subire mortificazioni ed avvilimenti, e ne segnarono il carattere, dato che Ivan fece scontare a tutti i suoi sudditi - che fossero amici o nemici - tutte la sofferenze della sua giovinezza. Venne incoronato re il 16 gennaio 1547 e proclamato successivamente per primo con il titolo di Zar di Russia.

La vita di Ivan il Terribile è un misto di realtà e fantasia. Realmente vissuto e incoronato zar di tutte le Russie nel XVI secolo, il folklore russo ci tramanda con racconti e fiabe una vita spesso in netto contrasto con quanto affermano gli storici. In questa sezione pertanto avremo modo di occuparci della vita del re Ivan IV come tramandataci dalle leggende e dalle fiabe russe.

Le storie che si raccontano sulla sua gioventù infatti, pur che fossero veritiere o mitiche, descrivono un ragazzino fortemente portato al sadismo: torturava le bestie in vari modi, cavando loro gli occhi, aprendoli con un coltello da vivi o strappando le piume ai volatili, sempre facendo attenzione a non perdere neanche un secondo del loro dolore e della lenta morte. Si narra che afferrasse i suoi cagnolini e li facesse roteare velocemente, per poi lasciarli andare a schiantarsi sui cortili posti sotto le mura dei bastioni, da dove lanciava le sue innocenti vittime, di modo che questi si rompessero le zampe.

La sua attività preferita era poi la caccia, da quella agli orsi alla caccia alla volpe bianca, passando per quella al lupo: setacciava i boschi con i figli dei boiari per scovare bestie feroci, e con il suo girifalco sul braccio, correva alla ricerca dei cigni selvatici. Quando salì sul trono di Russia, ancora molto acerbo, realizzò che amministrare un regno significava seminare sangue e terrore su tutte le terre conosciute, di modo che tutti conoscessero il suo enorme potere. Ivan pensava che Dio guidasse la sua spada e apprezzasse i suoi atti sanguinari: i suoi avversari politici vennero divorati dai cani, mentre i monaci furono sbranati da orsi catturati nei boschi e chiusi in gabbia; violentava mogli, donne e ragazze, vantandosi di azioni orribili come aver ucciso mille vergini.

Tutti coloro che non gli obbedivano, andavano incontro a morte sicura: chi non danzava con lui ai balli in maschera veniva trucidato. Una volta, diede fuoco a tutti gli abitanti di Novgorod, dopo averli legati con delle corde stringendo loro mani e piedi; legò insieme le madri ai loro figli e li fece gettare nel fiume, e coloro che non annegavano e risalivano a galla venivano trapassati con le spade dai suoi soldati, issati sulle barche.

Il simbolo del suo potere era tanto tetro quanto rappresentativo del suo regno di terrore, ossia un bastone di legno molto lungo, sulla cui cima era stata posta una punta d’acciaio; lo zar soleva accarezzarlo con amore e lo impugnava saldamente quando si recava nei profondi sotterranei della sua reggia per partecipare alle torture dei prigionieri. Tra i rantoli e le urla dei poveretti, Ivan amava usare la punta affilata del bastone per colpire le vittime.

Il sovrano riformò il suo impero, costituendo, tra le altre cose, una folta guardia armata, composta da seimila uomini che gli giurarono fedeltà come se fosse Dio in persona; le parole che il re faceva loro usare durante il giuramento erano prese dai Vangeli: “Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me; e chi ama figliolo e figliola più di me, non è degno di me”.

Le guardie vestivano interamente di nero, ed erano armate con lunghi coltelli, asce e mazze; sopra i loro cavalli, mostravano fieramente un macabro segno barbarico: una testa di cane con una scopa. Con questo simbolo, tutti i nemici dello zar erano a conoscenza della fine che avrebbero fatto qualora lo avessero oltraggiato: sarebbero stati sbranati dai cani, ed il loro tradimento ramazzato dall’impero.

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